Il termine giapponese Zanshin (zan, mantenere e shin, spirito), letteralmente  “mantenere lo spirito all’erta”, appartiene al mondo delle arti marziali quali il karate-do, il kendo e il judo, anche se la sua origine ha radici molto più antiche, provenendo dal bushido e dal mondo dei samurai. Zanshin è un concetto alquanto complesso da spiegare e difficile da capire nel profondo, ancora più arduo da mettere in pratica. Tuttavia poco tempo fa, su consiglio del mio Maestro, ho letto la biografia di un “moderno” samurai che, nel raccontare alcune vicende della sua vita, riporta un singolare aneddoto accaduto quando era allievo, durante la sua prima lezione; esempio perfetto di cosa sia Zanshin.

Tratto da Lowry, D. (1995). Autumn Lightning. Shambhala Boston & London.

[…] La camicia e i pantaloni che indossava durante il nostro primo incorno erano spariti, sostituiti da una giacca di kimono trapuntata infilata nella hakama nera che frusciava ad ogni suo passo. Impugnava un bokken. Stavo aspettando per la mia prima lezione in quella che una volta doveva essere la sala da pranzo della casa, convertita poi in dojo. Era praticamente vuota, a parte per uno scaffale colmo di bastoni e bokken sistemato a ridosso di una parete. Sulla parete opposta era stata ricavata un’alcova rialzata – takonoma – in cui erano appese delle pergamene. Sopra l’alcova c’era una mensola su cui si trovava una casetta in miniatura con il tetto a punta. Il Maestro si fermò difronte alla mensola compiendo un lento inchino. Si raddrizzò, rimanendo fermo e in silenzio, poi si girò verso di me. “Seiza!” disse, indicando il pavimento di fronte ai miei piedi. […] Quando mi inginocchiai sul ginocchio sinistro, intravidi un piccolo movimento con la coda dell’occhio, una contrazione della spalla del Maestro, pensai.
Bham! Il bokken colpì il mio fianco con così tanta forza da catapultarmi lontano, facendomi cadere in modo scomposto. […] “Prova ancora” disse il Maestro. Molto più rigidamente e ancora dolorante, provai di nuovo, non andando molto più lontano di prima quando il bokken si abbatté su di me nello stesso impercettibile modo, colpendo il mio braccio e facendomi finire nuovamente a terra. […] Al quarto o quinto tentativo intravidi da dove proveniva il bokken e, saltando di lato, riuscì ad allontanarmi dalla traiettoria del colpo. […] Inginocchiato su entrambe le gambe, assunsi al pastura finale del seiza, seduto sulle caviglie. Mentre osservavo il Maestro in tutta la sua figura, attento al più piccolo movimento, pensai di essere in grado di schivare qualsiasi fendente, ma non appena appoggiai le natiche sulle caviglie il mio insegnante rovesciò la presa sulla spada e mi colpì al mento da basso verso l’alto. La mia testa sobbalzò di lato in modo scomposto. Anche se il bokken non era affilato, era pericoloso come un qualsiasi bastone e con la forza e la velocità impressegli dal Maestro, ero certo che mi avrebbe rotto la mascella se l’avesse colpita. Avevo cominciato ad anticipare gli altri colpi, ma l’angolazione di quest’ultimo era stata completamente inaspettata. Il sangue cominciò a farmi battere le tempie. Ansimando, con ogni muscolo contratto, aspettai che il Maestro facesse calare nuovamente la lama di quercia su di me. Egli, invece, fece un passo indietro. “Bene, prova ancora”. Mi rimisi in piedi tremando, pronto a ricominciare l’intero processo un’altra volta. Inginocchiandomi girai su me stesso, spostandomi di lato, per evitare un colpo laterale della spada. Ruotai sulle ginocchia per lasciar passare il fendente. Spostai la testa di lato appena in tempo per evitare il colpo dal basso verso l’alto. “Adesso, non così tanto movimento” disse il Maestro. Provai a seguire il suo consiglio, spostandomi il meno possibile per evitare i colpi e dopo circa un’ora potevo quasi sempre evitare il bokken senza perdere l’equilibrio. Finalmente, quando riuscì a completare la posizione di seiza, potendomi inginocchiarmi sul pavimento, inchinandomi senza essere colpito dal bokken, il Maestro mi ritornò l’inchino anch’egli in seiza, accanto a me ma leggermente più avanti. […] Il Maestro sospirò. “ Per un bugeisha”, disse, “non è sufficiente essere all’erta quando impugna un’arma. Egli deve essere pronto all’inaspettato in ogni momento, sempre pronto. Seduto, mentre si alza, quando mangia o dorme – sempre nello stesso modo. Il bugeisha deve essere sempre consapevole. In giapponese, questo modo di essere si chiama zanshin.”

Bokken: katana in legno di quercia
Seiza: saluto rituale che si compie in ginocchio
Bugeisha: letteralmente “colui che percorre la via della guerra”