Da qualche tempo circola sul web un video nel quale un Dottore, laureato in scienze motorie e pluri campione mondiale di karate, dà una breve, per non dire brevissima, spiegazione di cosa sia il kime, sostenendo che esistano due concezioni diverse per intendere tale termine: una orientale e una occidentale. Stando a quanto sostenuto dall’accademico, nella concezione orientale il termine viene usato per indicare estrema decisione e focalizzazione dell’energia, mentre nell’idea occidentale esso rappresenta una rapida contrazione isometrica muscolare. Da quanto si evince, la forma orientale del termine assume una connotazione decisamente spirituale ed esoterica, contrapponendosi a quella scientifica occidentale.
A questo punto, dovrebbe sorgere spontanea una domanda a chi dell’Oriente ha qualche conoscenza: perché è necessario creare tale dicotomia in seno ad un concetto che in realtà non la prevede per natura?
È tendenza diffusa nell’uomo occidentale – moderno e contemporaneo – scindere il corpo dalla mente e dallo spirito, collocando il primo nella culla della scienza e relegando i secondi a fenomeni più o meno comprensibili se non al paranormale o alla superstizione. Per l’uomo orientale il confine tra mente e corpo o tra spirito e corpo non è così dicotomico, basti penare al termine giapponese kokoro che, derivando dal sanscrito chitta, viene tradotto come cuore (inteso come organo fisico, ma anche come centro delle emozioni), mente (laddove il termine sanscrito da cui deriva sta proprio ad indicare l’attività intellettiva) e centro sede della vita. Un termine unico per esprimere un elemento fisico, un costrutto mentale e un concetto più ampio che racchiude i precedenti.
Tornando quindi al kime, non ha senso creare la distinzione tra accezione occidentale e orientale, poiché esso nasce in una cultura in cui corpo e spirito sono una cosa sola – e si influenzano a vicenda. Esso va quindi inteso come concetto univoco, in cui entrambe le parti sono presenti.
Il termine kime, deriva dal giapponese kimeru (trad. let. decidere). Nel karate, come si evince dal testo Karate-do Kyohan scritto dal Maestro Funakoshi (1889-1957), per kime si intende quel preciso momento in cui vi è la necessità di focalizzarsi e quindi di concentrare la propria attenzione e il proprio sforzo. Per questo il termine è diventato sinonimo di “potenza” e di “focalizzazione”, descrivendo l’istantanea contrazione di tutti i muscoli in un preciso istante durante l’esecuzione della tecnica. Tale istante è solitamente il momento in cui avviene l’impatto con il corpo dell’avversario, sia durante l’esecuzione di una tecnica di attacco che di difesa. La tensione muscolare è prevalentemente concentrata nella regione addominale (hara), più precisamente nel tanden (o dantian in cinese), un punto specifico che si trova internamente due dita sotto l’ombelico. Durante la contrazione muscolare, che potrebbe essere raffigurata come una repentina compressione – e quindi concentrazione – del copro verso il centro (tanden), avviene l’espirazione. Durante questo processo nel tanden si concentra il ki, ossia lo spirito vitale (o energia vitale) che va a supporto della tecnica effettuata. Concentrare il proprio spirito contemporaneamente all’azione meccanica dei muscoli e dell’intero corpo significa, fondamentalmente, essere presenti nel qui ed ora, con la mente focalizzata su quello che si sta facendo.
Durante il periodo Tokugawa (1600-1868), nel Giappone premoderno, quando ancora non si parlava di karate, i maestri delle allora forme di combattimento di Okinawa – da cui si originò il karate – conoscevano bene il significato di kime, poiché essi furono costretti ad utilizzare la propria arte per combattere gli invasori numerose volte. Perdere la concentrazione durante un combattimento in cui si lotta per la vita, non eseguire la tecnica in modo risolutivo ed efficace, o non dare tutto se stesso nell’affrontare a mani nude un nemico armato di spada, significava morire, non semplicemente perdere una gara o fallire un esame. È pertanto insensato creare uno iato semantico di un termine, un’idea o un concetto, che nasce da un sostrato culturale e sociale in cui tale distinzione non è e non può essere concepita. I greci e latini, antichi dell’Occidente, non erano soliti dire mens sana in corpore sano? Forse, oggi, condizionati dalla scienza che tutto domina, ce ne siamo dimenticati.