Un secondo aneddoto riguarda il Maestro Azato Yasutune (1827-1906). Egli era un famoso e rispettato karateka e sedeva a capo dell’omonimo villaggio di Azato. Un giorno diede l’ordine che tutti gli uomini si riunissero nella piazza principale: un tale avvenimento era raro e perciò tutti ne furono turbati e al tempo stesso incuriositi. La piazza, inoltre, era un luogo quasi sacro per gli abitanti del villaggio. Avendo per capo un guerriero del livello e del prestigio di Azato, tutti gli uomini si erano avvicinati con entusiasmo alle arti marziali e avevano reso la piazza il luogo privilegiato per i loro allenamenti. Qui infatti praticavano il sumo, gareggiavano nel sollevamento pesi e si cimentavano con il bastone di Okinawa, il bo. Allenarsi nella piazza era perciò motivo di onore e orgoglio. Spesso però, tra i più giovani e turbolenti, nascevano rivalità e scontri che potevano sfociare in qualcosa di serio.
Fu per questa ragione che Azato convocò i suoi concittadini. Una volta che la piazza fu gremita, il Maestro fece un passo in avanti.
«Vi ringrazio per essere venuti.» disse con gentilezza «Avvicinatevi, per favore, avrei qualcosa di importante da dirvi. Sicuri che non manchi nessuno?»
Con lentezza esaminò il viso di tutti i presenti.
«Mi pare che manchi qualcuno, chi può essere?» disse Azato.
«Signore» esordì una voce anonima nella folla «ci sono tutti, o almeno quelli che si possono muovere, Kinjo Jiro è costretto a letto.»
«Non può essere, insisto perché venga qui anche lui. Se non è in grado di muoversi fatelo salire sulla mia portantina.» concluse risoluto il Maestro.
Due uomini obbedirono e si allontanarono immediatamente con la portantina. Poco dopo, nonostante le feroci proteste, Jiro fu portato nella piazza. Era un ragazzo giovane e robusto, ma appariva fiacco e spento, e una voluminosa fasciatura bianca era avvolta attorno alla sua testa. Continuò a lamentarsi e a dolersi finché Azato parlò di nuovo.
«Jiro, che ne è stato di tutto il coraggio e l’ardore che avevi la scorsa notte?»
A quelle parole, gli occhi di Jiro si spalancarono per lo stupore. Conosceva quella voce… quella voce gentile, forte e terrorizzante allo stesso tempo.
«Maestro…» bisbigliò Jiro confusamente.
«Provi dolore Jiro?» chiese Azato. «Forse la medicina è stata troppo forte. Però fidati, ragazzo mio, non sei il primo a sentirti male dopo essere stato colpito. Devi imparare a conoscere il dolore che sentono tutti gli altri. Ritieniti fortunato che sia stato io a farlo. Se fosse stato il Maestro Itosu saresti rimasto invalido. Sono sicuro che conosci la storia dell’ubriacone che si è rotto i pugni cercando di aggredirlo.»
Con la severità e la tenerezza di un padre di famiglia, il Maestro Azato continuò a parlare.
“[…] Ma atterrare o ferire gli altri non è lo scopo della nostra arte. La nostra unica intenzione è quella di migliorare noi stessi. Vorrei che mi ascoltaste molto attentamente, perché credo che Jiro non sia l’unico ad aver frainteso. Permettere che l’eccesso di zelo o l’impetuosità ci portino a commettere azioni sconsiderate è la vergogna più grande per un samurai. Prima di saggiare la vostra forza sugli altri, guardate bene alla vostra mente ed al cuore.”
Pare che dopo questo discorso, ogni combattimento tra i giovani del villaggio cessò del tutto.

Fonti bibliografiche: FUNAKOSHI, Gichin. Karate-Do Nyumon. Il testo fondamentale del Maestro. Edizioni mediterranee, Roma, 1999.