Il karate è come l’acqua calda, occorre riscaldarla continuamente o si raffredda.
Karate wa yu no goto shi taezu natsudo wu ataezareba moto no mizu ki kaeru.

Questo principio esorta l’allievo ad una pratica costante, poiché un allenamento saltuario non sarà sufficiente a progredire lungo la Via. La ripetizione è la madre di tutte le arti e di tutte le abilità, se si interrompe la pratica per troppo tempo sarà difficile che essa possa portare i frutti sperati. Un antico proverbio giapponese recita: Apprendere attraverso la pratica è come spingere un carro in collina: se ci si rilassa, tornerà indietro.

Per eseguire una tecnica basteranno poche ripetizioni, ma per comprenderne il significato e saperla applicare senza pensarci serviranno molte e molte ripetizioni. Questo concetto è valido soprattutto per l’allievo che incomincia a percorrere la Via, ma anche per l’istruttore o il maestro, che rischiano di non riscaldare completamente la propria acqua perché divenuta ormai troppa. Più si accumula conoscenza più la pratica deve essere assidua e continua poiché tante sono le acque da riscaldare continuamente. Questo è il motivo per cui durante l’allenamento nel dojo le stesse tecniche vengono ripetute più e più volte, anche se suscitano la noia degli allievi. Ripetere continuamente un esercizio non significa però rifarlo in modo automatico, ma vuol dire eseguirlo ogni volta con una consapevolezza diversa dalla volta precedente, focalizzandosi su aspetti diversi dello stesso movimento, correggendone i possibili errori.

A. Scarpellini

Riferimenti bibliografici
I venti principi del karate – Gichin Funakoshi – 2003 Edizioni Mediterranee.