Nel karate non esiste iniziativa.
Karate ni sente nashi.

Il secondo principio del Nijukun si rifà a una delle regole di condotta più importanti nella vita del samurai, secondo la quale non si dovrebbe mai sguainare la spada inutilmente. Per chi intraprendeva la via del guerriero – e quindi diventava un uomo onorevole – era fondamentale riuscire ad esercitare la pazienza e la tolleranza, imparando a sopportare il peso delle situazioni oltre ogni limite prima di dar luogo a qualsiasi reazione. Soltanto quando la situazione non poteva essere risolta in altro modo si era autorizzati a estrarre la spada. Poiché nel karate mani e piedi sono considerate delle vere e proprie armi, il principio per cui “nel karate non esiste iniziativa” può essere visto come un’estensione di quella regola.Come sosteneva il Maestro Yasutsune Itosu (1830-1915), anche se aggrediti da un male intenzionato si dovrebbe evitare di danneggiarlo con pugni e calci. Nell’arco degli anni molti hanno interpretato questo principio nel senso che il karate inizia con la difesa e per questo identificato come arte di (auto)difesa. In epoca contemporanea, poi, questa visione è andata applicandosi in modo generalizzato a gran parte delle arti marziali, diffondendo nell’opinione comune l’idea che l’arte marziale sia una pratica di difesa e non di attacco. E in un certo senso tale generalizzazione trova fondamento, almeno per quanto riguarda il karate, poiché è noto come esso sia stato sviluppato dalla popolazione delle Ryukyu per sopperire all’impossibilità di utilizzare armi contro gli “invasori” del clan Shimazu. Tuttavia sarebbe più corretto affermare che il karate inizia con la difesa, ma non certo nel senso di rimanere passivi di fronte all’avversario. Il Maestro Funakoshi scriveva, infatti, a questo proposito:

In nessuna circostanza dovreste attaccare per primi, ma nello stesso tempo la vostra attitudine mentale dovrebbe essere quella di prendere l’iniziativa se mai vi doveste difendere”.

Seguendo questa linea di pensiero risulta ovvio come le competizioni sportive perdano il loro senso, poiché nessuno dei contendenti avrebbe validi motivi per attaccare l’altro. Per questo in epoca contemporanea si distingue il karate sportivo dal karate tradizionale, dove il primo è sport da combattimento con regole adattate ai principi sportivi, mentre il secondo è arte marziale, ossia sentiero che diventa anche percorso di vita e di evoluzione spirituale.

A questo principio si ricollega il quinto precetto espresso nel dojokun: kekki no yū wo imashimuru koto, tradotto come: rifiuta la violenza e acquisisci autocontrollo. Una delle più grandi capacità che un karateka dovrebbe sviluppare è proprio il saper controllare le proprie emozioni poiché esse spesso condizionano le nostre azioni. Non essere in grado di controllare un moto impulsivo, per un praticante di arti marziali può tradursi nel cedere all’uso delle proprie tecniche in maniera incontrollata e quindi potenzialmente violenta, come violente sono le emozioni quando sfuggono al nostro controllo. La capacità di placare i moti dell’animo è quindi un’abilità che l’allievo deve costantemente sviluppare per imparare ad affrontare non solo le sfide all’interno del dojo, ma soprattutto le difficoltà nella vita al di fuori di esso. Controllare il proprio stato di tensione durante l’esecuzione di un kata o la paura di essere sconfitti in combattimento permette di non reagire impulsivamente nelle situazioni difficili, evitando di compiere azioni avventate o semplicemente frenandoci dall’usare un linguaggio inappropriato. Lo stato di “attesa” e il controllo delle emozioni ci permettono da un lato di osservare gli eventi e dall’altro di affrontarli nel migliore dei modi, con la mente sgombra e potenzialmente concentrata. Questo dovrebbe rendere il nostro agire adattivo, ossia di volta in volta funzionale alla situazione che ci apprestiamo ad affrontare, insegnandoci quindi ad agire in modo cosciente e consapevole, non a reagire in modo impulsivo e avventato. A tal proposito sempre il M° Funakoshi diceva:

“Come la superficie lucidata di uno specchio riflette tutto ciò che le sta davanti e una valle silenziosa riporta ogni più piccolo suono, così chi si accinge a praticare il karate deve rendere il proprio spirito vuoto da ogni egoismo e malvagità in uno sforzo per agire convenientemente dinanzi a tutto ciò che può incontrare”.

A. Scarpellini

Riferimenti bibliografici
I venti principi del karate – Gichin Funakoshi – 2003 Edizioni Mediterranee.