Lo spirito viene prima della pratica.
Gijutsu yori shinjutsu.

Il quinto principio del Nijukun invita ad una riflessione molto semplice ma al tempo stesso profonda su cosa sia veramente importante nel karate-do. Ciò che realmente conta nella pratica di un’arte marziale, intesa non solo come esercizio fisico, ma anche come percorso di crescita e sviluppo personale, non è tanto la tecnica quanto lo spirito. Apprendere innumerevoli tecniche potenzialmente letali e allenare il proprio fisico per aumentare forza e velocità serve a molto poco se non si è in grado di applicare ciò che si è imparato quando la situazione lo richiede. Spesso, infatti, è meglio evitare il pericolo prima che esso sia manifesto, prevedendo l’evolversi di eventi potenzialmente pericolosi. Esiste a tal proposito un aneddoto, riportato dal Maestro Funakoshi, che sintetizza alla perfezione questo concetto.

Tra gli allievi di Tsukahara Bokuden, famoso spadaccino del XVI secolo, ve n’era uno dotato di una tecnica sopraffina. Una volta, camminando per strada, egli passò vicino ad un cavallo ombroso che improvvisamente gli sferrò un calcio, ma lui compì un’abile schivata per evitarlo e sfuggì all’incidente. I presenti non poterono altro che dare ragione alle voci che ritenevano questo allievo il migliore tra gli studenti di Bokuden. Tutti pensavano, infatti, che lo stesso Bokuden, a tempo debito, avrebbe tramandato a lui la sua scuola e con essa tutti i suoi segreti. Tempo dopo, quando Bokuden venne a conoscenza di questo evento si inquietò molto e disse: “Mi sono sbagliato sul suo conto” e lo espulse dalla scuola. Nessuno degli altri allievi comprese il gesto del maestro. Così decisero a loro volta di risolvere la questione nello stesso modo in cui l’avrebbe risolta Bokuden. Presero allora un cavallo particolarmente bizzoso e lo attaccarono ad un carro, portandolo sulla strada lungo la quale era solito camminare Bokuden. Spiarono la situazione di nascosto e con loro grande sorpresa videro Bokuden attraversare la strada per andare dalla parte opposta, stando alla larga dal cavallo. Poiché l’esito finale colse tutti di sorpresa, rivelarono al maestro il loro esperimento, chiedendogli apertamente perché aveva cacciato così all’improvviso il suo discepolo migliore. Bokuden rispose: “Se uno studente possiede un’attitudine che la porta distrattamente a camminare vicino ad un cavallo senza considerare le sue possibili reazioni, è una causa persa per il suo insegnante, non importa quanto egli si applichi allo studio delle tecniche. Credevo fosse una persona dotata di maggior buon senso, ma mi sbagliavo”.

Questo aneddoto si ricollega alla quinta regola del dojokun, “kekki no yu wo imashimoru koto” che tradotta significa: bisogna saper controllare le proprie emozioni oppure ancora bisogna controllare il coraggio impulsivo. Per poter prevedere e valutare le possibili reazioni alle situazioni è necessario possedere una mente disciplinata e quindi sviluppare autocontrollo. Se la mente non è allenata a controllare il corpo, non sarà possibile avere un atteggiamento attento e vigile, capace non solo di evitare e prevedere i pericolo, ma anche di attingere alle tecniche conosciute nel momento del bisogno. È in questo contesto che trova fondamento la terza regola del dojokun, “doryoku no seishin wo yashinao koto” che tradotta significa: bisogna allenare instancabilmente lo spirito. Lo spirito viene inteso quindi come forma mentis, come attitudine mentale e predisposizione del proprio sé ad affrontare le situazioni della vita. Allenarsi a migliorare il proprio atteggiamento mentale è la via che porta a sviluppare il buon senso e a tenere ognuno di noi lontano dai guai. La vera abilità di chi pratica il karate-do non è tanto quella di fronteggiare una situazione con coraggio, quanto quella di sapere quando vale la pena accettare la sfida, prevedendone le conseguenze.

A. Scarpellini

Riferimenti bibliografici
I venti principi del karate – Gichin Funakoshi – 2003 Edizioni Mediterranee.