Il karate-do comincia e finisce con il saluto.
Karate-do wa rei ni hajimari, rei ni owaru koto wo wasuruna.

Il primo principio del Nijukun si riferisce ad una pratica diffusa nelle arti marziali, e di conseguenza anche nel karate, il cosiddetto saluto, che si pratica all’inizio di ogni lezione e al suo termine. Ai meno avvezzi tale pratica può sembrare starna, obsoleta e anacronistica. Tuttavia la sua spiegazione è da ricercarsi nell’antica tradizione da cui originano le arti marziali. Esse si fondano, infatti, su un profondo principio di rispetto. E non potrebbe essere altrimenti, se si considera il fatto che veicolano spesso tecniche e pratiche che possono risultare pericolose se non applicate in modo appropriato. Per questo motivo, anche il karate deve iniziare e finire con il saluto (in giapponese 礼, rei).

Rei, la norma più importante della vita sociale secondo il confucianesimo, inteso come “rispetto” e identificato come etichetta e cortesia, racchiude in sé una connotazione più ampia, infatti esso assume un significato di rispetto verso gli altri, ma anche verso se stessi. Il rituale del saluto, semplice nella sua forma esteriore, è molto complesso nel suo aspetto interiore laddove identifica la presa di coscienza del dojo, dei compagni e della pratica che si va a cominciare. Per questo motivo non dovrebbe mai essere praticato come automatismo, o non dovrebbe mai risultare un’imposizione da parte del maestro, degli istruttori o degli allievi più anziani, ma dovrebbe essere una forma mentis acquisita e sentita a livello profondo dal praticante.  Il Maestro Funakoshi soleva dire che un’arte marziale in cui non si pratica il rei è semplicemente disdicevole violenza, poiché la potenza fisica senza il rei è solo forza bruta che non ha significato per l’essere umano. Come si può intuire, quindi, il rei non è una superficiale manifestazione di educazione, ma un lavoro interiore che coinvolge tutti gli aspetti della persona, da quelli fisici a quelli mentali e spirituali. Il saluto ha il compito di predisporre in modo corretto l’attitudine del praticante, prima della pratica, durante e dopo. Per questo motivo l’atteggiamento di rei, nelle arti marziali, dovrebbe essere mantenuto dall’inizio alla fine della pratica. Una pratica che richiede pazienza, umiltà e autocontrollo dei propri comportamenti e delle proprie emozioni. Parliamo dunque di un lavoro che dovrebbe essere estremamente disciplinato, costante e diligente. Il kangi 礼, rei, è utilizzato per comporre anche la parola reigi (in giapponese 礼儀), ossia l’etichetta, intesa come “regola sociale”. Questo termine viene ripreso nel dojokun (trad. le regole del luogo in cui si pratica la Via), dove la quarta regola recita proprio “reigi wo omonzuru koto” che letteralmente significa: bisogna rispettare l’etichetta; tradotto in seguito più liberamente come: bisogna rispettare le regole della cortesia. Questo principio risulta avere quindi delle origini molto antiche, considerato che il primo dojokun sembra essere stato codificato da Bodhidharma (483?-540) nel monastero di Shaolin. Lo stesso Bodhidharma, durante i suoi viaggi volti alla divulgazione del buddhismo, ha fatto approdare tale principio nel Giappone rurale delle Isole Ryukyu, facendolo sedimentare poi nel bushido, il codice di condotta del guerriero (samurai). E dal bushido poi tale principio è andato diffondendosi anche nelle arti marziali e nel karate-do, che fonda le proprie radici nel codice di vita degli antichi e rispettati guerrieri. Apprestandosi a praticare il karate, rispettare le regole della cortesia e dell’etichetta significa in primis portare rispetto verso noi stessi, mettendo in atto un comportamento degno e decoroso al tempo stesso, percorrendo la via dell’umiltà. Essere umili, tuttavia, non vuol dire occupare l’ultimo posto, ma suggerisce di occupare il “proprio” posto con dignità, ossia quello adatto alle proprie competenze e abilità specifiche relative a quel determinato contesto. Rispettare le regole della cortesia significa anche rispettare il maestro e i compagni, poiché tutti si è parte di un gruppo che all’unisono percorre lo stesso sentiero, anche se alcuni si trovano più avanti e altri più indietro. La cortesia che mostriamo nel parlare ai compagni deve essere pari alla determinazione che mostriamo nel portare loro un attacco, poiché solo così gli permetteremo di migliorarsi, rendendogli quindi onore e rispetto. Proprio da quest’ultima connotazione deriva l’attitudine di rispetto nei confronti dell’avversario, che merita considerazione e riguardo poiché è solo grazie al confronto-scontro con l’altro che ognuno può evolvere. Alla luce di tutte queste implicazioni e sfumature, si può anche comprendere facilmente perché il rei assume un’importanza così fondamentale nella pratica del karate. In quei pochi minuti si concentra in realtà una grande consapevolezza, che abbraccia tutti gli aspetti sopra descritti. Ecco perché il rei dovrebbe essere un momento “solenne” in cui ci si raccoglie in silenzio concentrandosi sull’azione che si andrà a compiere.

A. Scarpellini

Riferimenti bibliografici
I venti principi del karate – Gichin Funakoshi – 2003 Edizioni Mediterranee.